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Redacted
Un film di Brian De Palma.
Con Kel O'Neill, Ty Jones, Izzy Diaz, Rob Devaney, Patrick Carroll, Mike Figueroa, Paul O'Brien, François Caillaud, Daniel Sherman.
Guerra, - USA 2007.

Cinque soldati americani di stanza in Iraq violentano e uccidono una quattordicenne, bruciano il cadavere e massacrano la sua famiglia. La colpa è attribuita alla popolazione locale, e il caso viene chiuso: finché un sesto soldato racconta tutto, dando il via a uno scandalo che getterà l'ennesima ombra sulla guerra d'occupazione...
"Ispirato a un fatto di cronaca e girato dal punto di vista di uno dei soldati utilizzando una videocamera digitale, il film di Brian De Palma è un atto d'accusa nei confronti di ciò che del conflitto in Iraq i media americani non mostrano ("redacted" significa "rielaborato con intento censorio")."

Una compagnia di soldati statunitensi a Samarra, Iraq. C’è chi riprende i commilitoni con la sua videocamera e spera di entrare alla scuola di cinema. C’è l’istruito che legge Appuntamento a Samarra di John O’Hara, un avvocato che si fa domande morali; i due redneck razzisti, il sergente veterano. In attesa perenne, il gruppo presidia un posto di blocco, con occhi ben aperti sulle ritorsioni dei nativi (il campo lungo in cui qualcosa di imprevisto sta per accadere: figura prediletta dal regista). Quando uno di loro salta in aria, le teste calde si vendicano stuprando una ragazza e sterminandone la famiglia in un’incursione notturna (filmata con gli infrarossi). Le conseguenze dell’atto non tarderanno. Non potendo usare materiali originali, De Palma s’ispira a una violenza realmente accaduta (ricostruita su un set giordano), rifà Vittime di guerra e imita alla perfezione forme e generi della comunicazione odierna. L’alta definizione della camera con cui gira è termine tecnico e un paradosso, un miraggio conoscitivo. Redacted ribadisce insieme la fine del cinema e ciò che le teorie giornalistiche indicano con “opacità dell’informazione”: l’effetto di troppe immagini-notizie (redacted, “editate”) è l’annullamento dei fatti. Nel De Palma più “voyeuristico” siamo spinti a interrogarci sulla veridicità delle immagini. Qui si aggiunge l’affastellarsi di punti di vista e linguaggi a rendere clamorosa la difficoltà di discernere. Tutti possono filmare tutto. C’è un finto documentario francese, con musica barocca e voce off; le registrazioni della Sony di Salazar; le immagini della Tv araba, dei cellulari, delle videocamere di controllo, il video on line di un’esecuzione (Saddam Hussein ricorda nulla?). Il finale estremo e gelido, con E lucean le stelle a commentare i collateral damage, i danni collaterali (orrida perifrasi) è una micidiale sequenza di fotografie di vittime. Vere? False? Il dubbio è d’obbligo, e comunque non fa più differenza (e l’Iraq non è visibile quanto il Vietnam). L’accusa è lanciata, forte e chiara. Infatti il film non ha il coraggio di distribuirlo nessuno.

Raffaella Giancristofaro, FilmTV

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The Corporation
Un film di Marc Achbar, Jennifer Abbott, Joel Bakan.
Documentario, durata 145 min. - Canada 2003.

Un viaggio nel mondo delle multinazionali, dal 1800 a oggi, attraverso le voci dei protagonisti.

C'erano una volta le monarchie assolute, c'erano le dittature (e purtroppo queste ultime, in certi disgraziati paesi, resistono), ma più o meno da un secolo e mezzo è nato e sta proliferando un potere non tanto occulto che rischia di soffocare l'intero pianeta. È il potere denunciato nel documentario realizzato dai canadesi Marc Achbar e Jennifer Abbott sul copione del professore di diritto Joel Bakan, quest'ultimo autore anche di un libro che esce in sincrono con lo stesso titolo del film: «The Corporation» (Fandango). Per scoprire l'origine di queste concentrazioni protese alla «patologica ricerca del profitto» bisogna risalire molto indietro nella storia, ma è soprattutto negli USA prima e dopo la Guerra civile che le corporation estesero il loro giro d'affari in sincrono con la costruzione delle ferrovie. Nei decenni che seguirono una legislazione accortamente pilotata favorì la concentrazione delle piccole imprese in grandi complessi che presero a ignorare gli interessi dei loro azionisti. Finché attraverso diaboliche alchimie legali la corporation fu equiparata a una persona giuridica avente per unico e legittimo scopo il profitto acquisito in qualsiasi forma, senza restrizioni e ignorando ogni scrupolo. Fra i numerosi intervistati del film si distingue il battagliero Michael Moore, che con lo straordinario successo di «Fahrenheit 9/11» ha aperto la strada a un repertorio cinematografico di inchiesta e denuncia. Nelle oltre due ore di «The Corporation», per la verità, non si riscontra la stessa abilità spettacolare né il tocco sarcastico che Moore ha saputo mettere suo pamphlet. Più austera e analitica, l'operazione è tuttavia impostata con un bel colpo di teatro sulla teoria spiegata punto per punto che se la corporation giuridicamente è un «individuo», allora il suo comportamento è quello di uno psicopatico. Il documentario informa sui modi e luoghi dove la protervia delle multinazionali si fa più sentire. Soprattutto, ovviamente, nei paesi arretrati, dove la mano d'opera locale è sfruttata senza pietà e dove succede l'inverosimile, come quando in Bolivia nell'appaltare a una ditta americana la fornitura dell'acqua si impose addirittura alla popolazione locale il divieto di raccogliere l'acqua piovana. Suscitando una paralizzante sensazione di impotenza, la visione di «The Corporation» induce a riflettere: ci sarà un giorno qualche iniziativa internazionale volta a modificare un meccanismo così perverso?

Alessandra Levantesi, La Stampa

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Il Sol dell'Avvenire
Un film di Gianfranco Pannone.
Documentario, durata 78 min. - Italia 2008.

Documentario sulle Brigate Rosse liberamente tratto dal libro "Che cosa sono le Br" di Giovanni Fasanella e Alberto Franceschini.

Sugli anni '70 e sul terrorismo rosso, nero, grigio e la strategia della tensione si è detto praticamente tutto, anche se raramente ci si è interrogati sulle origini del fenomeno, evitando il confronto tra gli stessi veterani di una guerra civile che sconvolse l'Italia. Gianfranco Pannone e Giovanni Fasanella (coautore con Alberto Franceschini, quest'ultimo, di Che cosa sono le Br? , ed. Bur) lo hanno fatto nel documentario Il sol dell'avvenire , circa 80 minuti di chiacchierata attorno a un tavolo del ristorante di Costaferrata dove si tenne uno dei convegni preparatori alle Brigate Rosse. La semplicità dell'idea alla base del film supera quella del libro che di fatto è un'intervista a Franceschini, che in quanto a dietrologie e analisi parziali è secondo a pochi. Qui invece sulle altre sedie, a pranzo, ci sono compagni di lotta de "L'appartamento", associazione della sinistra extraparlamentare di Reggio Emilia che raccolse i "dissidenti" del Pci e che restituì alcuni dei partecipanti alla società civile e altri alla lotta armata. Da una parte quindi terroristi che hanno scontato la loro pena come Ognibene, Paroli e lo stesso Franceschini, dall'altra Rozzi e Viappiani (il primo ora è nel Pd, l'altro nella Fiom) che quando i primi entrarono in clandestinità scelsero di non uscire dai confini della legalità. Colpisce quanto abbiano in comune, come in quel momento storico non fosse strano né difficile poter prendere certe decisioni e di quante responsabilità fossero interne alla sinistra, al di là di giochi di poteri più o meno occulti. A parte sono intervistati Adelmo Cervi, Corrado Corghi e Peppino Cattelani, memoria storica di quei tempi che illuminano zone d'ombra, dal peso della resistenza tradita alle ottusità partitiche passando per il concreto pericolo di neofascismo. Il pregio di questo documentario è proprio l'approccio problematico e non ideologico, al di là di nemici noti a fare da alibi. Eppure Bondi ha gridato allo scandalo (e da qui è partito con l'idea di una commissione di censura etica e politica per i film!), Rondi l'ha "rinnegato" a Roma ed esce in sala solo a Firenze, Bologna e Reggio Emilia per l'Iguana Film di Angiolo Stella (già distributore del censurato Forza Italia di Roberto Faenza): le lacrime dell'ex Br che confessa gli eccessi quasi mafiosi di quegli anni, Franceschini che dice «saremmo stati peggio di Pol Pot al potere», le foto delle vittime del terrorismo alla fine non sono certo apologia della lotta armata. E' solo il racconto di una generazione che, per dirla alla Gaber, ha perso. E di come ha giocato la sua partita